Il filosofo George Berkeley, a Ischia agli inizi del Settecento, ci ha regalato alcune delle più interessanti testimonianze dell’isola verde che fu. Il padre dell’immaterialismo, noto per l’aforisma “esse est percipi“, fu a Ischia nel 1717 e soggiornò principalmente al Testaccio, borgo nell’attuale comune di Barano. Durante la sua vacanza, lo studioso irlandese conobbe le eccellenze del territorio nonché pregi e difetti degli ischitani.

George Berkeley filosofo Ischia settecento
George Berkeley – Ritratto di John Smibert

Tradotti da Giorgio Vuoso per il Centro Studi Isola d’Ischia, le lettere e i diari isclani di Berkeley mostrano un’isola incontaminata nel segno di tradizioni e dinamiche da evidenziare e investigare. Non solo l’inquietante propensione all’omicidio degli isolani del Settecento oppure il classico “Inarime epitome di tutto il mondo” (per l’incredibile varietà del territorio isclano, tra mare, montagna e non solo), ma anche osservazioni sul rapporto che il popolo aveva con la morte e sulla superbia di chiesa e forze dell’ordine dell’epoca.

In questo primo di due articoli dedicati al viaggio del filosofo irlandese a Ischia, ci concentriamo sulla violenza che caratterizzava l’isola e sulle abitudini del popolo. Successivamente vedremo le osservazioni sul territorio, sulle terme e sulla chiesa dell’epoca.

L’ischitano nel Settecento: omicidi con il marrazzo…

Il filosofo britannico sembrava avere le idee decisamente chiare sulla personalità e la natura di una parte del popolo ischitano. Significativa, in questo senso, una parte della lettera inviata a Lord Percival il primo settembre 1717, lettera scritta proprio al Testaccio. Come si può leggere, le osservazioni di Berkeley erano supportate da un violentissimo episodio di cronaca nera che avvenne proprio a Barano.

Siccome qui ricchezze e onori non hanno cittadinanza, il popolo è ignaro dei vizi che ne derivano, ma invece di questi ha preso la brutta abitudine di uccidersi reciprocamente per un nonnulla. La seconda notte dopo il nostro arrivo nell’isola, un giovane di diciotto anni fu ucciso e gettato morto davanti alla nostra porta. Noi, poi, dopo questo fatto, in varie parti dell’isola abbiamo avuto modo di vedere parecchi casi del genere. L’anno scorso furono composte dal Governatore trentasei cause per assassinio.

Nei suoi diari, Berkeley andava più nello specifico, illustrando finanche l’arma con cui gli ischioti si uccidevano. Si legge, infatti, che gli uomini “portano al fianco un largo coltello da potatore, curvo all’estremità, col quale frequentemente si feriscono e si uccidono a vicenda“. Insomma, il filosofo parlava senza ombra di dubbio del marrazzo, utensile agricolo meglio conosciuto come roncola e ancora utilizzatissimo sull’isola (ma con altri fini…).

Marrazzo Ischia Roncola contadini
Marrazzo. Particolare di una cantina baranese

Il filosofo indicava addirittura a quale zona appartenessero gli ischitani più cruenti. “La gente di quest’isola, sotto altri aspetti abbastanza buona, è per altro verso sanguinaria e vendicativa. Quelli di Forio e Moropane (attuale Buonopane, ndr) godono della peggior fama di assassini poiché gli altri isolani dicono che non hanno paura né di Dio né degli uomini“.

Ucciso uno sbirro a Ischia, la reazione (esagerata) delle forze dell’ordine

Anarchia vera e propria, insomma. “Gli isolani – come scriveva Barkeley nel suo diario – possono uccidersi l’un l’altro senza paura di essere puniti“. Guai, però, a toccare un tutore dell’ordine. La repressione indiscriminata contro gli isolani fu incredibile a seguito dell’omicidio di uno sbirro ad opera di sette ischitani, omicidio avvenuto mentre Barkeley era a Ischia. Nello specifico, vennero imprigionate e torturate persone solo perché parenti di questi criminali.

La gente trovata nelle masserie percossa senza pietà. Le cantine per tutta l’isola, durante questo tempo, abbandonate e aperte alla mercé degli sbirri. […] Tutti furono obbligati a recarsi nella città con i propri beni. I prigionieri erano, la maggior parte, povere e vecchie donne, gli uomini invece per la paura erano scappati dalle loro case nei boschi. Parecchi gentiluomini di Ischia presi e mandati, per essere imprigionati, alcuni a Napoli, altri a Sorrento, altri a Capri.

Nello stesso tempo, quasi duecento sono stati imprigionati nel Castello d’Ischia, accusati solo di essere parenti dei banditi. Questi gentiluomini sono stati presi perché sospettati di aver favorito in qualche modo la fuga e l’occultamento dei banditi. Tra gli altri vi erano pure alcuni Eletti, don Francesco Menga e don Domenico Lanfreschi, uomo di grande riguardo, che furono messi agli arresti domiciliari.

L’isola di una volta, tradizioni e costume

L’opera di George Berkeley è utile non solo per conoscere l’incredibile violenza che caratterizzava soprattutto le classi meno agiate dell’isola, ma anche per riesplorare abitudini e tradizioni degli ischitani. Un popolo ricco di contraddizioni, caratterizzato da un particolare rapporto con la morte.

Opera d'arte Salvatore Fergola - Veduta di Ischia 1850
Salvatore Fergola – Veduta di Ischia (1850 circa)

I funerali e un lutto lunghissimo

Dopo tanti omicidi…spazio ai funerali. Si parla sempre di morte, insomma, ma qui almeno siamo nella normalità, nell’ambito delle usanze degli ischitani dell’epoca durante i periodi di lutto. Ecco altre osservazioni interessanti di George Berkeley tratte dai suoi diari:

Nei funerali le confraternite accompagnano il feretro. I parenti più stretti tengono il lutto per un mese e non si radono per tutto questo tempo. I parenti stretti, come un figlio per esempio quando muore il padre, si astengono per due giorni dal mangiare: persino un pezzo di pane o un sorso di vino; nulla tranne un bicchiere d’acqua

I matrimoni isolani nel 18esimo secolo

Rimanendo nell’ambito delle cerimonie, Berkeley analizzò anche le tradizioni ischitane legate ai matrimoni. Come prevedibile, parlando comunque delle fasce più popolari di un’isola nel Settecento, questa interessante testimonianza ci mostra un contesto tutt’altro che permissivo, nel segno di controllo, gelosie e doti.

Il giorno delle nozze, i parenti della sposa (fratelli, sorelle e altri, tranne i genitori che rimangono nella propria abitazione) la accompagnano a casa dello sposo. Qui la lasciano e se ne ritornano presso il padre della sposa dove bevono un bicchierino, mentre i parenti dello sposo fanno lo stesso a casa di lui.

Il mattino seguente i parenti di entrambe le parti portano in regalo – presso la casa dello sposo – tele, tovaglie, camicie, utensili domestici, bellamente ordinati in canestri. Nella abitazione dello sposo le due famiglie si trattengono tutto il giorno a pranzo.

Tre o quattrocento ducati costituiscono la dote ordinaria delle donne a Ischia. La biancheria ischiota è tutta fatta di canapa.

Come vestivano gli ischitani nel Settecento

George Berkeley, nel suo viaggio a Ischia, si interessò anche all’abbigliamento che caratterizzava donne e uomini dell’isola ad inizio ‘700. Anche qui lo studioso irlandese fu prodigo di particolari, soprattutto per quanto riguarda il modo di vestire della popolazione femminile.

Grandi anelli d’oro alle orecchie costituiscono gli ornamenti delle donne. Le sposate portano alle dita molti e grossi anelli d’oro con false pietre incastonate. Tuttavia l’eleganza principale consiste nel grembiule variopinto e ricamato con lustrini. Il grembiule e gli anelli sono portati soltanto nelle feste.

Ischia nel Settecento - Fabris donna costume ischitano nel periodo che Berkeley fu sull'isola
Pietro Fabris (1740-1792) – Una donna nel tradizionale costume dell’isola di Ischia con bambino e asino

Per quanto riguarda gli uomini, invece, l’abbigliamento era “costituito da un berretto di lana blu, una camicia, un paio di brache lunghe. Nella stagione fredda – conclude Berkeley – giubbetto e calzoni di lana”.