Rapido 904, ancora dubbi sulla strage in cui morì Federica Taglialatela

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Dietro le grandi stragi che hanno segnato l’Italia nella seconda metà del 20esimo secolo non ci sono solo trame mafiose, politiche, deviate. Ci sono anche storie di gente comune. Dietro la strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984, detta anche “La strage di Natale”, c’è la storia di Federica Taglialatela, dodicenne ischitana che su quel treno perse la vita. Colpo di coda degli “anni di piombo”, l’attentato uccise quindici persone, a cui si aggiunsero gli oltre 260 feriti. Il padre di Federica, Giocchino, morì alcuni mesi dopo in seguito ai traumi subiti in quella tragica circostanza, medesima sorte toccò a Giovanni Calabrò. Sul treno c’erano anche il fratello Gianluca e la mamma Rosaria Gallinaro, feriti. Per loro la vita segnata per sempre.

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Federica Taglialatela

I FATTI DI QUEL TRAGICO 23 DICEMBRE – Il treno su cui perse la vita Federica Taglialatela saltò in aria in località San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna. A causare la deflagrazione fu una carica radiocomandata: parliamo di circa 13 Kg di esplosivo posti all’interno di due valigette, piazzate su una griglia portabagagli durante la sosta a Santa Maria Novella, a Firenze. Partito da Napoli alle 12,55 e diretto a Milano, il Rapido 904 imboccò la Grande Galleria dell’Appennino tosco-emiliano, estesa 19 chilometri. Il treno – composto da 15 vagoni – era stracolmo, conseguenza delle vacanze natalizie. Alle 19:08 circa l’esplosione che interessò la prima delle carrozze di seconda classe: i criminali attesero che il treno entrasse per alcuni chilometri nella galleria per massimizzare gli effetti della denotazione. Fu l’inferno, alcuni superstiti non potranno mai dimenticare le grida disperate dei passeggeri feriti. I soccorsi furono complicati, per colpa del buio totale e del fumo: dalle cronache dell’epoca si legge di un odore acre di polvere da sparo che rese l’aria irrespirabile. In quel caos infernale c’era anche la famiglia Taglialatela: Gianluca, papà Gioacchino e mamma Rosaria scesero dal vagone, Federica no. In quei momenti concitati, molti testimoni fecero riferimento alle urla dei genitori isolani, speranzosi di rivedere la figlia: urlavano il nome della dodicenne, ma niente, nessuna risposta. Allora Gioacchino decise di entrare nel treno, per cercarla. La trovò: «Sì, papi», ma poi la giovane chiuse gli occhi. Gioacchino era convinto che fosse svenuta. Ma non era così: all’ospedale di Bologna la dura sentenza, una vita spezzata, altre tre segnate irrimediabilmente da una guerra che ancora non ha un nome e che, come ogni guerra, si ciba dei sogni di gente normale.«Sarebbe bello vivere su un treno», disse pochi minuti prima del terribile botto al fratello di tre anni più grande. Su quel treno la ragazzina – a cui è stato dedicato il Palazzetto dello Sport a Fondo Bosso – terminò il suo breve viaggio, accolta alcuni giorno dopo sull’isola in occasione dello straziante funerale. Se ne andò così, Federica, vittima di una guerra non sua. “Senza mai vedere la neve a Milano”.

ANSA PROCESSO RAPIDO 904 1989 FIRENZE

1989 SENTENZA PROCESSO RAPIDO 904 (FOTO ANSA)

LE IPOTESI DEGLI INQUIRENTI – A quasi trent’anni di distanza, ancora tanti i misteri irrisolti dietro una tragedia che colpì tutta Italia: tante, troppe le congetture fatte nel tempo dagli inquirenti, che hanno ipotizzato un intreccio fatto di destra eversiva, camorra, mafia, banda della Magliana, massoneria e servizi segreti deviati. Ambienti e soggetti, questi, legati tra loro dalla strage di Bologna, da quella del Rapido 904 e dalla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia. Tra tanti dubbi, tra condanne e dietrofront, il dato certo è che i veri colpevoli ancora non siano stati puniti dalla giustizia, perché i soli soggetti individuati, e parliamo di Pippo Calò, Guido Cercola, Franco Di Agostino e l’artificiere tedesco Friedrich Schaudinn, difficilmente avrebbero potuto organizzare da soli un attentato di simile portata. Nell’aprile 2011 si inizia a fare il nome Totò Riina: in quell’anno la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del boss mafioso per la strage. Nel 2014 la svolta: il Giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Firenze, Francesco Bagnai, rinvia a giudizio il Boss per l’attentato in cui morì la giovane ischitana. Il capo di Cosa nostra è accusato di essere “il mandante, il determinatore e l’istigatore della strage”. Riina avrebbe risposto in questo modo al Maxi processo alla mafia firmato da Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Siamo così all’ultimo capitolo di una vicenda dall’intreccio perverso. Un intreccio – su cui vige il Segreto di Stato – di cui la povera Federica fu incolpevole vittima, in nome di interessi discutibili che spazzarono via i sogni di una ragazzina e segnarono per sempre il destino di una famiglia. Proprio per questo, dopo anni di ipotesi, nel rispetto delle diciassette vittime, nel rispetto di Federica e Gioacchino Taglialatela, è ormai arrivato il momento di fare chiarezza. In questo senso, ma i dubbi sono tanti, un po’ di speranza l’ha portata il recente annuncio di Matteo Renzi, intenzionato a togliere il segreto di stato sui tanti fatti sanguinosi che hanno segnato la recente storia d’Italia, nel pieno degli anni di piombo e della strategia della tensione. Non solo per il caso della strage del Rapido 904, ma anche per Ustica, Peteano, treno Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro e per la strage della stazione di Bologna, tutti i documenti processuali e di indagine saranno consultabili da cittadini e studiosi. Il dubbio, però, è che sarà possibile prendere visione solo di una parte dei faldoni. In realtà la vera paura – come sostiene il PMLI – è che i documenti presenti non siano altro che spazzatura: sarebbero altre le carte importanti, magari non protocollate, carte che potrebbero gettare ulteriori ombre sulla vecchia incarnazione dei Servizi Segreti italiani.

Aggiornamento dicembre 2014:  La Corte d’assise di Firenze, all’apertura della seconda udienza sul processo per la strage, ha deciso di rigettare la richiesta di costituzione di parte civile promossa dai legali della Regione Campania. Alla richiesta si era opposto il difensore di Totò Riina, avvocato Luca Cianferoni.

Aggiornamento aprile 2015: Insufficienza di prove per incolpare il “Capo dei capi”. Ancora indefiniti volti e obiettivi che il 23 dicembre 1984 portarono alla morte di 15 persone, a cui settimane dopo si aggiunse anche Gioacchino Taglialatela (che perì per le ferite riportate). Impuniti, dunque, gli assassini di due figli dell’isola verde, uccisi da una guerra ancora indefinita, un blob multiforme che si ciba di trattative innominabili e di misteri che hanno segnato l’Italia del dopoguerra.

Aggiornamento 27 aprile 2017. Si muove finalmente qualcosa. La Procura generale di Firenze ha richiesto l’ergastolo per Totò Riina per essere stato mandante della strage del Rapido 904 dove perse la vita anche l’ischitana Federica Taglialatela.

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