“Ischia” di Mura: un romanzo che non c’è su un’isola che non c’è

I migliori e i peggiori stereotipi sull’isola riassunti in una prova narrativa decisamente poco riuscita del giornalista Gianni Mura

9788807019180_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleDopo quasi tre anni trovo finalmente il tempo di leggere “Ischia”, di Gianni Mura. Lo trovo a Pavia, lo prendo dallo scaffale e inizio a sfogliarlo appena uscito dalla libreria. Non me ne pento: l’ultimo romanzo del giornalista milanese offre al lettore un’esperienza unica, che rimane sospesa tra l’ilarità e lo sgomento, tra la noia mortale e l’umanissimo imbarazzo che inevitabilmente esplode quando si legge un libro così brutto che sembra fatto apposta. E invece, purtroppo, “Ischia” non è uno scherzo di cattivo gusto, ma un romanzo da spiaggia pubblicato da Feltrinelli e più volte ristampato. Capisco che la perentorietà del commento esiga una spiegazione dettagliata, ma giuro che non sto guadagnando tempo: è che non so materialmente da dove cominciare. Andiamo con ordine.

“Ischia” è il secondo romanzo noir di Gianni Mura, un giornalista di fama nazionale che da più di vent’anni viene regolarmente in vacanza sull’Isola Verde. La storia – se di storia vogliamo parlare – segue le vacanze estive di Jules Magrite, commissario parigino già protagonista del primo romanzo di Mura e ora impegnato in una godibile storia d’amore con un giudice di Nantes, Michelle, che lo accompagna per due settimane di riposo e cure termali. Una volta attraccati, i due fanno la conoscenza di Peppe le Couteau, ischitano ex-carcerato che ha vissuto a lungo in Francia e che conosce il “lato oscuro” dell’Isola, quello che le guide malvagie non mostrano agli ignari turisti. Nel giro di un paio d’ore l’incontro si trasforma in una inossidabile amicizia, grazie alla quale Magrite viene progressivamente coinvolto in una serie di misfatti ischitani, del tutto gratuiti e privi di collegamento tra loro. Vorrei poter dire di più, ma il problema è questo: non c’è nient’altro. Sia chiaro, non c’è nessun “caso”. I fatti cui Magrite prende parte o di cui viene a conoscenza occupano non più di qualche pagina l’uno, risolvendosi per lo più nel modo più banale possibile. L’effetto è un guazzabuglio di episodi di cronaca nera, in cui il ruolo di Magrite è per lo più marginale, e che non hanno alcun effetto se non quello di donare almeno formalmente il titolo di “noir” al romanzo.

Il commissario parigino assiste, nel giro di due settimane, a una serie di efferatezze che non si sono viste a Ischia nemmeno negli ultimi 10 anni: omicidi a sfondo mafioso, rapimenti, stupri, aggressioni, attentati dinamitardi. Tutto ciò scorre come acqua fresca sulla pelle del commissario, che si concede qualche momento di eroica contrizione per poi tornare a riempirsi di pasta e patate e scopare come un riccio con la compagna. Tutto questo per dire che la surreale concatenazione degli eventi – roba che nemmeno un film di Takashi Miike – fa da perfetto contrappeso all’assurdità dei personaggi, che hanno lo spessore psicologico di una fetta di mortadella. Su tutti, devo dire, il primato spetta a Peppe le Couteau, vero protagonista della vicenda, che gioca la parte dell’intellettuale romantico e verace in contrapposizione al solito camorrista.

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Pur mancando una storia vera e propria, il romanzo di Mura si regge sulla solita, stucchevole contrapposizione tra arroganza e umiltà, stupida violenza ed eroismo un tanto al chilo. Sempre se di romanzo si può parlare, visto che sembrerebbe più una goffa accozzaglia di luoghi comuni affogata nella solita minestra di buoni sentimenti. Una via di mezzo tra un romanzo rosa e un depliant turistico dell’isola, che però non riesce a essere davvero né l’una né l’altra cosa. Da un lato, infatti, la storia d’amore tra Magrite e Michelle è piatta in un modo quasi raccapricciante; dall’altro, l’impulso qualunquista di Gianni Mura, la sua volontà di semplificazione e di stereotipizzazione è talmente forte da spingerlo a descrivere un’isola che non esiste, e che assomiglia pericolosamente a una versione da cliché dei Quartieri Spagnoli a Napoli. Le informazioni sul territorio e sulla sua storia – erogate in continuazione – vengono spacciate per il frutto dell’arduo studio di Peppe; un vero e proprio sputo in faccia a chi, come Enzo Migliaccio, ha lavorato per anni alla produzione di un’editoria isolana grazie alla quale anche il turista più svogliato può ottenere, con pochi euro e un paio d’ore di lettura, molti più dati di quelli che vengono snocciolati con sufficienza dall’autore. Per il resto, però, “Ischia” è una immane marchetta al noto o all’intimo, allo chef stellato o all’amico di tante villeggiature, tutto condito con quella insopportabile “retorica della terra” che trova la propria espressione più naturale nelle pubblicità del Mulino Bianco. A degna chiosa del tutto, gli interminabili excursus politici, del tutto fuoriluogo, che riempiono un’altra ventina di pagine di questo strazio e gli donano la patente di “noir civile”.

Non serve andare oltre. Se ho buttato qualche ora della mia vita leggendo “Ischia”, ho pensato fosse utile buttarne un’altra metà per mettere in guardia i lettori interessati a scoprire qualcosa di Ischia: ci sono decine di libri e romanzi, alcuni bellissimi, altri pessimi ma godibili, o almeno senza pretese. “Ischia” non appartiene ad alcuna di queste categorie: è semplicemente il tentativo mal riuscito – artisticamente, non commercialmente – di rimediare alla mancanza di idee sfruttando il nome di un’isola. Pur mancando una storia vera e propria, il romanzo di Mura si regge sulla solita, stucchevole contrapposizione tra arroganza e umiltà, stupida violenza ed eroismo un tanto al chilo. Una via di mezzo tra un romanzo rosa e un depliant turistico dell’isola, che però non riesce a essere davvero né l’una né l’altra cosa.

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