A New York, tra i Sapori d’Ischia e l’acqua del rubinetto

 

Come tutti gli Italiani del Sud, gli Ischitani hanno una lunga tradizione migratoria mai conclusa, e che non sembra destinata a estinguersi. Con questa rubrica si raccontano storie di isolani all’estero, recenti o appartenenti al passato, talvolta divertenti, altre drammatiche, o solo intrise di nostalgia. Un appuntamento settimanale con chi ha portato la nostra isola nel mondo.

Il 28 Agosto 2006 Frank Bruni entra con un’amica nel ristorante “Sapori d’Ischia”, nel Queens, a New York. Bruni è uno dei critici gastronomici del New York Times, piuttosto conosciuto per la sua ironia anche se decisamente ben disposto verso la cucina italiana: il risultato è un articolo esilarante, destinato a scatenare un breve botta e risposta e decisamente utile per capire alcune differenze tra l’Italia e l’estero.

sapori-dischia“Sapori d’Ischia” è un negozio di prodotti tipici che di sera si trasforma in ristorante-pizzeria: i proprietari, Franco e Antonio Galano, sono due ischitani doc, intenzionati a far conoscere alla popolazione della Grande Mela i prodotti tipici della Campania, ma soprattutto la cucina meridionale, senza ammiccare troppo al gusto dei palati a stelle e strisce.

Sulle prime l’ospite d’eccezione è scettico: si informa distrattamente su Ischia, descrivendola semplicemente come “un’Isola vicino Capri” e citando un po’ di curiosità a caso (il soggiorno sull’isola di Truman Capote, le riprese de “Il talento di Mr. Ripley”). Poi ricorda di esserci stato, anni addietro, rimanendo piuttosto colpito per i cartelli scritti in italiano e in tedesco e (sic!) per il magnifico uso “tutto europeo” del topless sulla spiaggia. Finalmente inizia la cena, e la situazione decolla velocemente: le portate a base di formaggio e salumi sembrano pesantissime, ma “scendono” meravigliosamente, i prodotti sono freschi, la preparazione artigianale e attenta. Sembra vada tutto per il meglio, finché il critico non incappa in uno spiacevole imprevisto: alla richiesta di portare una bottiglia d’acqua di rubinetto il cameriere rifiuta, dicendo che servire acqua non imbottigliata non rientra nella politica del locale. È l’inizio della fine: Frank Bruni si indigna con la direzione, il giorno dopo telefona per chiedere spiegazioni, infine scrive l’articolo, in cui il diniego dell’acqua non imbottigliata (e gratuita) campeggia come una condanna contro il locale di Galano & figlio. GiorniIMG_5681 dopo sarà il proprietario a telefonare al quotidiano, specificando le ragioni di questa scelta: non si può avere una esperienza gastronomica appropriata sorseggiando acqua di rubinetto. Bruni rimane scettico, ma lascia l’ultima parola al sig. Galano: il ristorante continua per la sua strada fino al 2012, quando chiude in previsione di una nuova apertura a Midtown.

Un episodio del genere rivela improvvisamente una delle grandi differenze culturali tra l’Italia e l’estero: per noi è semplicemente impensabile chiedere una caraffa d’acqua di rubinetto al cameriere, laddove a Berlino, a Parigi o a New York è assolutamente normale. Nel caso di Parigi addirittura indispensabile, considerando che a volte le bevande arrivano a costare più delle pietanze. Probabilmente il sig. Galano, nel tentativo di esportare la cucina e la tradizione ischitana sulla East Coast, non ha voluto accettare compromessi su questo punto, ricordando quanto sale aggiungono le numerose bottiglie di acqua ghiacciata ai conti dei ristoranti nella assolata estate ischitana. Non si può dargli torto.

(Alessandro De Cesaris)

 

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